Unità precedente Sommario Unità successiva Quaderno di Epidemiologia * prof. Ezio Bottarelli

11. Test di screening e diagnostici

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Test patognomonici e non patognomonici

OBIETTIVO:

- ricordare che i test non sono infallibili

- apprendere le differenze sostanziali esistenti fra test patognomonici e non patognomonici


Per buono che sia, un test non fornisce mai risultati perfettamente rispondenti alla realtà. C'è sempre un rischio - anzi, una probabilità - che il test classifichi come "positivi" (cioè infetti o ammalati) animali che in realtà sono "negativi" (cioè non-infetti o sani).
D'altra parte, esiste anche il rischio inverso, cioè che il test restituisca un risultato "negativo" se applicato ad un animale che, in realtà, è ammalato. In altre parole, non si può mai essere assolutamente sicuri che un test «dica il vero». Si vedrà in seguito la complessità di problemi che derivano da tale situazione.
Per ora, è sufficiente considerare lo schema seguente, che riassume un esempio di risultati che possono essere forniti dalla applicazione di un test non perfetto in una popolazione di animali (nel caso particolare, 19 cani).

test patognomonici e non patognomonici

Il medesimo concetto può essere rappresentato graficamente come nello schema che segue, ove vengono visualizzate alcune possibili relazioni fra gli individui "positivi" ad un test e quelli realmente "positivi".

test patognomonici e non patognomonici

Gli innumerevoli test disponibili in medicina veterinaria possono essere suddivisi, in base all'affidabilità dei risultati da essi forniti, in due categorie: test «patognomonici» e «non patognomonici».

Questa denominazione è mutuata dalla medicina clinica, in cui un sintomo si dice patognomonico quando indiscutibilmente serve a riconoscere una malattia, e quindi è presente solo e soltanto in pazienti affetti da quella malattia.

Analogamente un test patognomonico è un test che, quando fornisce esito positivo, indica con certezza la presenza del carattere ricercato.

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Quasi tutti i test impiegati in medicina sono non-patognomonici; in altre parole, essi - sia nel caso risultino positivi che negativi - non forniscono un risultato certo, ma soltanto probabile. Pertanto, alcuni dei risultati positivi forniti da un test non patognomonico saranno positivi-falsi, così come fra i risultati negativi si nasconderanno dei negativi-falsi.

Al contrario, un test patognomonico non genera mai risultati positivi-falsi, ma può fornire risultati negativi-falsi.

ESEMPIO. Supponiamo di utilizzare un test per l'individuazione di bovini infetti da Brucella abortus, agente della brucellosi bovina. Un test sierologico, che ha lo scopo di individuare la presenza di anticorpi specifici, fornirà sicuramente, oltre a risultati positivi-veri e negativi-veri, anche risultati positivi-falsi e negativi-falsi.
I positivi-falsi possono comparire - ad esempio - nel caso in cui l'animale abbia subìto infezione da parte di un microrganismo antigenicamente simile a Brucella abortus, come Yersinia enterocolitica tipo IX, che induce la formazione di anticorpi simili a quelli di Brucella.
Un risultato falso negativo verrà invece ottenuto, ad esempio, saggiando il siero di una bovina che si è infettata assai recentemente, e che quindi non ha ancora prodotto anticorpi specifici. Il test sierologico è quindi un test non patognomonico.
 
Supponiamo ora di perseguire lo stesso scopo (individuazione delle bovine infette) utilizzando un altro test: l'esame colturale del latte delle bovine allo scopo di dimostrare la presenza di Brucella. In caso di positività, la bovina non potrà essere che infetta, non essendo il batterio ubiquitario né commensale; in altre parole, una bovina che elimina Brucella con il latte è sicuramente affetta da brucellosi.
Se invece l'esame colturale del latte risulta negativo, non potremo essere sicuri dell'assenza di infezione: infatti gli animali infetti eliminano le brucelle con il latte in maniera intermittente. Pertanto, l'esame colturale del latte per la diagnosi di brucellosi è un test patognomonico.

Da quanto finora esposto, si potrebbe trarre la conclusione che i test patognomonici sono migliori di quelli non patognomonici. Questo non sempre è vero. Infatti, nel giudicare un test «migliore» di un altro, occorre tenere presente una serie di fattori e considerazioni, che verranno discussi - almeno in parte - nelle prossime unità. Basterà qui sottolineare come, nell'esempio precedente, il test patognomonico abbia i seguenti svantaggi su quello non patognomonico: costo molto più elevato; frequenza molto più elevata di falsi-negativi; necessità che l'animale sia in lattazione ecc.

AFTER HOURS: Un... falso falso-positivo

NELLA PROSSIMA UNITÀ:
viene illustrato il modo di tabulare i risultati di un test dicotomico (ossia che fornisce un risultato di tipo qualitativo vero/falso) utilizzando una tabella a due entrate (tabella di contingenza). La tabella permette di incasellare i risultati in una delle 4 classi possibili.

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